lunedì 12 gennaio 2015

Disinformazione sul «biologico»: come riconoscere un buon prodotto




Cosa vuol dire biologico? E chi ci può assicurare che lo sia?

Il biologico è diventato un certificato molto richiesto dalla clientela: grazie anche alla propaganda delle associazioni che tifano uno stile di vita sano, si sta acquisendo l’abitudine di pretendere un certo cibo piuttosto di un altro, di mangiare in maniera più attenta e salutare, ma non solo.
 
Anche il settore della cosmesi eco-bio ha avuto un boom negli ultimi anni, tanto che una pubblicità su tre promuove il prodotto «senza parabeni, siliconi e petrolati».
Ma i consumatori sono informati davvero su ciò che comprano? Non sembra proprio.
Il consumatore medio appena vede la marchiatura «Bio» non sa a cosa va incontro: pensa solo che, essendo biologico, sia sano, non faccia male.
 
Ma la realtà è un’altra.
 
Ce la svela una puntata di Report del 14 dicembre intitolata «I biofurbi: cosmetici» in cui viene fatta un po’ di luce sulla parola «biologico» e sulle certificazioni bio.
La scelta di un prodotto è guidata in maggior parte dalla sua confezione: se è accattivante, se dice che ci sono prodotti naturali all’interno, il consumatore non ci pensa due volte ad acquistarlo.
 
«..secondo il rapporto di Unioncamere, nel 2014 il fatturato di questo tipo di cosmetici è stimato in 400 milioni di euro, quasi l’8% in più sul 2013 e il mercato mondiale invece è di circa 13 miliardi di dollari.
 
In tutta Europa delle regole precise per questo tipo di cosmetici non ci sono, vale quello per la cosmetica in generale. E allora in base a cosa viene etichettato uno shampoo o una crema come eco, naturale, bio o altre fantasie suggestive?» dice la conduttrice di Report, Milena Gabanelli.
 
Bisogna innanzitutto fare una distinzione: biologico e naturale sono due cose diverse.
Il cosmetico di origina naturale è sì, composto da sostanze vegetali, animali o minerali, ma è sottoposto ai processi chimici che si rivelano dannosi e dai quali vogliamo sfuggire. Il prodotto biologico, invece, è quello che ha almeno il 90% di ingredienti provenienti da allevamenti biologici e quindi non trattati da pesticidi, fertilizzanti e concimi chimici.
 
Tornando a noi: come si fa a distinguere la bufala dal vero e unico biologico?
La cosa non è così semplice, infatti bisognerebbe imparare a riconoscere gli ingredienti dannosi e ricercarli nella lista sul retro della confezione, il cosiddetto Inci (International Nomenclature of Cosmetic Ingredients).
 
L’Inci, a quanto pare, non mente mai. E’ la lista degli ingredienti ed è obbligatorio per le aziende metterla su tutti i prodotti cosmetici onde evitare che le persone allergiche a certi tipi di sostanze possano contrarre patologie. Questo è l’unico modo di sapere cosa ci sia realmente all’interno di un prodotto.
 
Il problema è che pochissimi sono capaci di leggere questo elenco, e ancora meno riconoscere le componenti dannose da evitare. Per informarsi sulle sostanze dannose ed imparare a leggere l’Inci
 
Vista tale difficoltà nel leggere gli ingredienti, tante aziende ‘’furbe’’ giocano sull’ignoranza dei consumatori, vendendo prodotti che di bio hanno solo queste tre lettere stampate sul packaging. Et voilà: ogni cosa diventa, così, eco-bio.
 
E che dire della scritta «non testato sugli animali» o «cruelty free»? Anche essa è fuorviante. E’ dal 2004, infatti, che in Italia i test sugli animali per i prodotti per il corpo sono vietati. Le aziende devono presentare una documentazione dettagliata in cui si dichiara che le materie fornite non sono state testate su animali.
 
Quindi, questo genere di sicurezza, non è affatto un qualcosa in più, un qualcosa che dichiara che il prodotto è sano, biologico.
 
«Quindi, mettere la scritta ‘’non testato sugli animali’’ genera confusone nel consumatore, al punto che a settembre anche l’Istituto dell’auto disciplina pubblicitaria si è pronunciato, definendo ingannevole l’uso di questa frase sui cosmetici. Non solo. Su molti prodotti si trova quest’altra scritta: ‘’nickel tested’’, che indica che per quel cosmetico è stata analizzata la presenza o meno di nichel, una sostanza che causa allergie in molte persone. Ma la normativa europea vieta già dal 2009 l’uso di nichel nella fabbricazione di cosmetici» dice Emanuele Bellano, di Report.
 
Il «nickel tested» non significa, dunque, che non ci sia la presenza di tale elemento, ma che il prodotto è stato solo testato per quanto riguarda il nichel, e quindi, non è esclusa una percentuale di questo componente all’interno del prodotto.
 
Stessa storia vale per il «gluten free»: niente glutine nel prodotto, ma, perché bisognerebbe avere paura di una sostanza che agisce a livello di intestino tenue se la usiamo sul corpo? «Lapresenza di glutine in cosmetici, detergenti o altri prodotti che possano venire a contattocon la pelle o le mucose, come anche quelle della bocca, non comporta alcun rischio per iceliaci» continua Bellano.
 
Sono informazioni non-informazioni. Sono disinformazioni, sono falsità, omissioni. E il consumatore deve esserne conscio e deve sapersi difendere dai ‘’biofurbi’’.
In Italia le società di certificazioni sono 7, tutte loro ci possono dire se un prodotto è naturale o biologico, ma tutte loro prevedono dei protocolli diversi e quindi percentuali diverse che indicano che un prodotto è eco-bio o meno.
 
Il direttore di Icea - l’Istituto per la Certificazione Etica ed Ambientale - Alessandro Pulga dichiara: «Non esiste ancora una definizione di legge del cosmetico biologico, del cosmetico naturale, e non esiste neanche un sistema di tutela sia a favore dei produttori, sia a favore ovviamente dei consumatori e del mercato».
 
Ed è così che i consumatori vivono in un mondo sempre toccato dalla concorrenza sleale e dalla falsità, un mondo in cui ‘’i buoni’’, quelli che il bio lo fanno davvero, vengono soggiogati dalle pubblicità delle multinazionali di cui vengono bombardate le nostre televisioni e che plagiano le nostre menti.
 
Perché la scatola bella è attraente,  perché la scritta bio è un valore aggiunto, perché non è testato sugli animali (perché in fondo, siamo tutti un po’ animalisti), perché non c’è nickel in quel prodotto.
 
La miglior arma per combattere coloro che lucrano sull’ignoranza della gente è informarsi. Imparare una piccolissima lista di sostanze dannose da ricercare nei prodotti e non cadere nel circolo vizioso della disinformazione ma avere sempre la curiosità di capire che cosa davvero si cela dietro ad un tubetto colorato e pieno di brillantini.
       
Elena Peric  editore@ilfatto24ore.it

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